13 giu 2009

Sulla letteratura d'evasione e i lettori d'oggi

Parto dal commento di un giovane (!) scrittore italiano di fantasy che, parlando di un testo non suo, dice: Non è facile costruire in poche pagine una trama convincente, né tantomeno delineare personaggi efficaci. Le poche pagine solo per la cronaca sono 165 circa, anche se (pare) scritte in grande.
A questo si aggiungono svariati commenti di lettori che riscontrano la brevità dello scritto come una pecca, chi veniale e chi madornale.
Ecco. A mio parere il commento che ho enfatizzato è una bestialità bella e buona. Ancor più grave una volta accertato che chi l'ha partorita scrive di mestiere. Mi sembra che l'opinione comune delle ultime generazioni di lettori è che se non c'è serialità, continuità, e soprattutto massa critica allora si è in presenza di un'opera minore. Opinione ahimé avallata e incoraggiata dalla grande editoria, che in questi concetti ritrova il suo perfetto compimento: se un prodotto è un serial, è molto probabile che garantisca longevità di vendite; se ogni puntata della serie cuba cinque, seicento pagine, è giustificabile alzare il prezzo di copertina.
Non tutti sono come il sottoscritto che, alla fine di un romanzo deludente che non finisce, si rifiuta categoricamente di comprare il successivo solo per sapere come va a finire (posso farlo con una serie televisiva, meno impegnativa e soprattutto gratuita, non con un libro). Non dico che il mio atteggiamento sia quello giusto, anzi palesemente impedisce di avere una visione più completa dell'opera abbandonata - il che, come dice il mio diavoletto suggeritore, spesso è un bene.
Fatto sta che oggigiorno nella letteratura d'evasione si ragiona in termini di saghe. Il pubblico giovane, in particolar modo, vuole questo, e l'editoria è ben contenta di dargli solo questo. Fin qui tutto bene, o quasi. Perché nel momento in cui gli scrittori stessi la pensano a questo modo significa che si è rotto qualcosa. E si capiscono taaaante cose sulla qualità dei tomi che vengono prodotti (e largamente distribuiti) di questi tempi.
Perché da sempre la forma letteraria del racconto, o del romanzo breve (ovviamente autoconclusivo) è stata la più semplice modalità narrativa possibile. Perché il respiro del racconto non ha necessità di essere troppo ampio. Perché l'impianto narrativo può essere poco (o niente) strutturato. Perché, a seconda della lunghezza della storia, si può decidere di adottare un unico ritmo nel raccontare perché tanto non bisognerà sostenerlo troppo a lungo.
Tutti gli scrittori americani di un certo nome hanno cominciato con la pubblicazione di racconti, o addirittura romanzi brevi a puntate (attenzione: non saghe le cui puntate sono romanzi) con un numero ben preciso di cartelle entro le quali rientrare, su riviste specializzate. Perché si è sempre pensato che affrontare un romanzo fosse un passo più lungo, un impegno più complesso, un cimento realisticamente difficile da affrontare all'esordio - e le case editrici difficilmente si impegnavano in tal senso con sconosciuti.
Ma lo scrittore vero si vedeva (si vede) anche da poche righe, è il suo mestiere, è il modo in cui catapulta il lettore nella storia, è l'abilità di gestire i tempi che siano lunghi o che siano corti. Non tutti lo sanno fare, non tutti sono scrittori.
Intendiamoci: può pure capitare che si possa avere maggiore predilezione/dimestichezza con la forma narrativa lunga nonostante tutto, ma la tecnica vorrebbe il contrario. Perché quando si scrive un romanzo o (peggio!) una serie di romanzi è necessaria una visione d'insieme, un'attenzione alla coerenza, un senso del ritmo e dell'equilibrio, una cura del dettaglio molto più studiata. E' una cosa che non viene per caso.
Forse dico forse, il mio diavoletto suggeritore sostiene che, molti giovani (o meno giovani) scrittori di oggi non vedono la differenza. Partono in quarta. Sfornano milioni di pagine al secondo. E li pubblicano così come gli arrivano (e perché disturbarsi a rimandarli indietro, se funzionano?). E se li leggono, perché l'argomento della storia, attenzione non il contenuto perché basta l'argomento, è il must del periodo (provate a scrivere oggi qualsiasi ciofeca seriale sui vampiri e vedete quanto ci mettono a pubblicarla).
E io sono preoccupato, seriamente preoccupato che il concetto di buona letteratura si vada via via modificando e perdendo. E' chiaro che si parla in primo luogo di generi di largo consumo per un pubblico sostanzialmente giovanile, ma sono da sempre convinto che la buona letteratura esista in tutti i generi - checché ne pensi una certa critica.
E' anche il motivo per cui finora ho provato, e in futuro rincarerò la dose, a suggerire dalle pagine di questo blog esempi di quella che ritengo ottima letteratura in generi più appetibili per le nuove generazioni (non nego che siano anche i miei preferiti) che siano serial o meno. Speriamo bene.

15 commenti:

Gianrico ha detto...

eccomi!

concordo sulla non necessità di saghe, sarebbe bello vedere racconti autoconclusivi, come ad esempio è stato tentato con l'antologia Sanctuary di recente.

Sarò monotono, ma esiste anche una via di mezzo che MZB ha mostrato con chiarezza e cioè quella delle storie autoconclusive a medesima ambientazione (tipo Darkover).

Le case editrici fanno il loro mestiere intuile dire che sbagliano, debbono far soldi punto. Quindi è ovvio che sfruttino ogni fenomeno di mercato possano sfruttare.

Ema ha detto...

di sanctuary ho letto una lusinghiera recensione della tua amica crostacea ;)
Per quanto riguarda Marion Zimmer Bradley (MZB mi sa tanto di BVZM, per il lettori di Martin Mystère) ebbene ella è una Scrittrice, indubbiamente.
Altri, no.

Gianrico ha detto...

ema io non dico che tutti siano scrittori eccelsi, ma possibile che ogni libro recensito dalla decapode faccia cagare se prodotto da mente italica? statisticamente mi pare poco probabile...

Ema ha detto...

non so che dirti, sicuramente dà voce a miei pensieri incubati da un po'. Ma non era questo l'argomento del post...

Gianrico ha detto...

per carità non è ia intenzione andare OT, circa sanctuary l'ho in coda di lettura, appena termino hyperversum e martin mi ci dedicherò, fino a quel punto ogni giudizio è sospeso, mi rifiuto di pensare con la mente altrui specie se è quella della crostacea.
Per tornare a bomba, io credo che una delle maggiori doti di uno scrittore DEBBA essere la capacità di sintesi, di dire senza dire, di usare i sottintesi. Sfruttando queste armi si può fare un libro magari non di duemila pagine e sopratutto autoconclusivo (che magari 500 pp scappano come niente).

Ema ha detto...

Guido (che per motivi incomprensibili non riesce a commentare): Per tutti i motivi enunciati nel tuo post, io sono tornato alla lettura del Don Chisciotte, prossimamente rileggerò Moby Dick.
Di recente avrò iniziato a leggere una decina di libri di autori contemporanei (vedi: Uomini che odiano le donne - L'alchimista - Venuto al mondo della Mazzantini) e tutti abbandonati dopo le prime trenta pagine. Dipenderà certamente da una mia sopravvenuta insofferenza a volumi che vanno oltre le 200 pagine, fatto sta...

Ema ha detto...

E rispondo al volo a Guido. Caro mio, tu da bravo professore di Lettere hai una visione anche più drastica della mia, essendo abituato a standard decisamente eccelsi. Da parte mia non voglio rassegnarmi e anzi penso che la reazione migliore sia scavare nel mucchio e dare (nel nostro piccolo anzi piccolissimo) visibilità ai prodotti che riteniamo migliori.
Gianrico: non è ragionare con la testa altrui ma dato che non posso leggere TUTTO preferisco scegliere un po' più a colpo sicuro, dopo aver verificato una certa compatibilità di gusti con la tua amica.

Gianrico ha detto...

bah... a me uomini che odiano le donne è piaciuto molto, l'ho letto rapidamente per vedere chi fosse l'assassino, gli altri non posso giudicarli, quanto ai classici che dire.. sono tali e quindi al di sopra di ogni critica, sono le pietre angolari, la loro lettura non può che giovare, certo che in taluni casi il divario è ampio, ma non in tutti

Guisito ha detto...

Non riuscivo a postare commenti sul tuo blog perché blogspot non mi dava le lettere da inserire nella finestra "VERIFICA PAROLA".
Dopo molti tentativi, finalmente posso postare il commento che volevo.
Ma porco mondo! mi sono dimenticato che commento volevo postare. Vabbè, sarà per la prossima volta.
Guisito

Ema ha detto...

ecco bravo gui' allora vedi di recuperare pure sui post precedenti ;)
e se ne hai VOTA la citazione dall'apposito link in alto a sinistra nel mio blog...

labibliotecadiroeme ha detto...

ho trovato il tuo articolo interessante, premetto che non sono un lettore di genere e che mi piace spaziare e che tendo per principio a non giudicare un romanzo dal suo volume. Non disdegno le saghe, mi piace la letteratura fantasy che è prevalentemente composta di giganteschi tomi. Alla fine però non ho potuto fare a meno di pensare che parlare di lunghezza di uno scritto sia un po' come parlare di dimensioni maschili...contano o no?...come spesso nella vita accade ciò che conta è l'uso che si fa dei doni di natura....perdona il paragone un po' forte, ma mi pare calzante. Nell'occasione vi segnalo un libro di Licia Troisi, giovane scrittrice fantasy italiana, I dannati di Malva, a parere mio molto gradevole che non ha nulla da invidiare alle saghe..

Ema ha detto...

Innanzitutto benvenuto!
Poi... premettendo che a sentir nominare Licia Troisi mi viene l'orticaria, anche se "I dannati di Malva" non l'ho letto (mi è bastata Nihal) vorrei specificare che l'evento da cui ha preso l'abbrivio questo mio post è nato proprio da una sequela di commenti su aNobii relativi al testo che menzioni. Senza voler entrare nel merito, molti sostenevano che "certo essendo breve è inferiore a quest'altro". E qualcuno commentava "No, è stata bravissima anche se è più difficile in un'opera breve". E io all'udire tale affermazione insorgevo ;)
Comunque hai pienamente ragione nel sostenere che non si tratta di chi ce l'ha più grosso, diciamo. Quello che suggerisco io è che per uno scrittore alle prime armi sia deleterio iniziare subito col progettone e sarebbe bene fare un certo tipo di "percorso" graduale, mentre i lettori non dovrebbero lasciarsi tentare solo dal prodotto di serie o comunque a lungo respiro.

Gianrico ha detto...

a mio avviso il discorso non ha senso in linea generale. ogni autore compie un suo percorso, in parte scegliendolo in parte seguendo il caso.
L'opera della Troisi citata è a mio avviso il punto più basso della sua produzione e non perché sia breve, quanto piuttosto perché noiosetta, insomma le è riuscita male. E qui anticipo la linguaccia triforcuta di ema chiedendomi se non le sia riuscita male proprio perché breve. Vale a dire scrivere bene cose brevi è più difficile.

Ema ha detto...

...o forse farti piacere cose brevi scritte da cani è più difficile che farti piacere soap-operas di trilioni di pagine scritte ugualmente da cani ;)
Ma forse sono prevenuto...

Gianrico ha detto...

la seconda