31 lug 2008

Il Cavaliere Oscuro

Avevo scritto pagine e pagine sulla filosofia, la psicoanalisi, le interpretazioni, il simbolismo e il concetto di Eroe, con dovizia di link e particolari. Per qualche oscura ragione semplicemente selezionando il testo per cambiare il font ho perso tutto quanto senza ritorno. Fanculo, andatevelo a vedere perché merita davvero. Punto.

30 lug 2008

Un po' di sconforto

Quando ho cominciato a scrivere il mio blog, in altra sede che qui, non avevo nessuna intenzione di farne uno sfogo politico. Se adesso scorro all'indietro tutte le pagine che ho scritto, inevitabilmente mi accorgo che la maggior parte fanno capo al mio disgusto sociale, o alla mia coscienza di cittadino [d/r]epresso, o al mio senso dell'assurdo e del ridicolo che sempre più mi sembra rimasto indietro rispetto ai tempi che corrono.
Io vorrei limitarmi a scrivere delle mie esperienze personali, vorrei limitarmi a pubblicare i miei pseudo-esperimenti narrativi, vorrei per una volta gridare che ah, sono proprio contento di quello che vedo quando guardo i notiziari o leggo i giornali.
Poi...
Poi, per dirne una, assimilo che il neo-sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi esce come un eroe trionfatore dalle sue beghe con l'amministrazione meneghina, e promette di deliziarci anche come presidente della provincia milanese oltre che come sindaco di un comune siciliano (perché, scopro, le due cariche non sono né antitetiche né incompatibili).
Poi, per dirne un'altra, digerisco che il nostro premier ha risolto il problema Alitalia con soli 5000 esuberi. Chissà quanti ne proponeva al tempo Air France. Aspetto con ansia la risposta dei sindacati che tanto si batterono il petto al tempo del morente governo Prodi.
Poi, per rimanere in tema, deglutisco il nuovo slogan per Alitalia proposto ancora da quell'uom di multiforme ingegno: "Io amo l'Italia, io volo Alitalia". Specie se mantiene i prezzi al triplo di quelli di Air One - che vi assicuro non è economica per niente. E rispondo "non sono sicuro di amare l'Italia ma sicuramente non volo Alitalia".
Poi, per finire, osmotizzo che l'ennesimo portavoce del Consiglio Europeo, volendo svagarsi, ha deciso di prendere un argomento a caso e dare addosso all'Italia che tanto è come sparare sulla Croce Rossa e come spari spari bene perché qualche centro lo fai. E soprattutto la nostra credibilità internazionale è tale che pure se alziamo la voce, chissenefrega... Badate, questo signore tedesco commissario europeo ha addirittura citato il nome del singolo campo nomadi, il Casilino 900 di Roma. Godendosi poi le "nostre" reazioni scomposte degne del miglior pollaio, e tali da muovere a compassione addirittura un'eurodeputata ROM intervenuta in "nostra" difesa, della serie "poverini, dai, smettila". E' stato un duro lavoro, ma ce l'abbiamo fatta.
Insomma, vorrei tornare a scrivere solo minchiate. O perlomeno solo minchiate poco serie...

28 lug 2008

La mia Superfiglia / 3

[Disclaimer: quanto di seguito narrato è stato lievemente romanzato per la gioia del gentile pubblico, ma la sostanza dei fatti non è stata adulterata]
Ordunque, che ti combina stavolta la mia wonder-figlia?
Sabato mattina.
Dopo i miei rituali dilungamenti di toilet&books in-der-posto (per chi non mi conosce: quando leggo ar cesso), e prima di partire per l'agognata (dalle mie donne) spiaggia, la mia dolce compagna agguanta dal fasciatoio la piccola Eleonora e, nuda come mamma (cioè lei stessa) l'ha fatta, la conduce sgambettante nel mio ex-privèe cioè al bagno. La sciacqua con perizia nel capiente lavandino, le parla, ci gioca, sotto il mio sguardo attento e come sempre un po' invidioso. Quando i lavacri hanno termine, osservo: ma adesso la riporti di là senza nemmeno metterla nell'asciugamano? Manu mi risponde con sufficienza: "Ma sì, sono due metri, che vuoi che succeda". Sorrido, e senza malizia - giuro - aggiungo: "Pensa se le viene in mente di spisciacchiare durante il trasporto a zampe all'aria". Lei mi sberleffa con un soffio e inizia la traversata dal bagno al soggiorno, dove sorge il fasciatoio. In effetti sono tre metri in tutto.
Ma per la mia superfiglia sono sufficienti: non appena viene varcata la soglia del disimpegno, un getto argentino e trasparente zampilla impunito dal minuscolo bacino di Eleonora. Manu fa un suono strano e si congela, la bimba a mezz'aria, cercandomi con gli occhi sgranati. Io me le guardo e non so se ridere compostamente o sghignazzare, quindi per sicurezza taccio. L'incanto viene rotto dalla piccina che, non contenta, rigurgita a spruzzo un candido velo formaggioso sulla chiazza di pipì che già s'allarga sulle piastrelle. Patapunf.
In lontananza scorgo l'occhio assassino di mia suocera (siamo in casa sua) ma stavolta non resisto e scoppio a ridere. Sipario. (N.d.R. Verrò poi rivenduto a trance al mercato del pesce).
Questo episodio incontrovertibilmente mi conferma almeno due fatti.
1) La mia impareggiabile erede mi ha sentito, e compreso benissimo. Questo indubbiamente grazie al superudìto e al traduttore universale italiano/neonatale-neonatale/italiano;
2) L'impareggiabile di cui sopra ha ereditato dal papà l'irresistibile sense of humour e dalla mamma la determinazione e il disprezzo delle conseguenze.
E' con soddisfazione paterna che mi dico: saranno proprio caxxi nostri.

24 lug 2008

I gradi del tradimento / 2

[La prima parte]
Mi capitò spesso di pensare a quanto quelle sedute di musica da camera avessero un effetto terapeutico sul mio spirito. Ben presto, anche al di fuori della sfera squisitamente musicale. "Sei passionale quando suoni" lei mi diceva spesso, ammiccando. Io rispondevo che in compenso nella vita quotidiana ero una pezza fredda. Lei replicava, "Chissà!", continuando il gioco. Mi piaceva fare il finto tonto, in questi casi, per costringerla a spingersi oltre. Lo consideravo un divertimento innocente, e speravo che tale fosse per lei - anche se non potevo evitarmi di fantasticare sugli "E se invece...". Silvia aveva un piacevole volto da folletto, e una grazia tutta femminile nel muoversi, pur non essendo propriamente "bella". E mentre violentava - in senso buono - il violino con l'archetto, acquisiva una luce speciale negli occhi, una sorta di "provate a fermarmi!" che adoravo. Tuttavia, una volta finita l'oretta settimanale, archiviavo quelle elucubrazioni platoniche come innocenti divagazioni e non le rispolveravo fino all'occasione successiva.
Gabri notò che avevo ripreso a esercitarmi nella tecnica, piuttosto che suonare senza scopo come tutte le sere fino a poco tempo prima. Non so se fu l'acume o la gelosia, o un cocktail letale dei due, a suggerirle che questo particolare doveva essere collegato al mio recente incontro con la "vecchia amica". Così quando mi chiese con un tono che più neutro non si poteva "L'hai più vista poi, quella Silvia?" sentii i brividi scuotermi violentemente collo e schiena, e non fu piacevole. Non sono uno abituato a nascondere le cose. Vado in panico. Dico spropositi. E averne coscienza, ovviamente, peggiora il tutto. Come ogni scarso mentitore, inoltre, preferisco tacere le cose piuttosto che doverle coprire con una balla "esplicita".
Ignorai il colore violaceo che dalle orecchie mi invadeva la pelle del viso, e senza smettere di lavare i piatti cercai di prendere tempo. "Chi?". Suonai goffamente falso lontano un miglio a me, figuriamoci a lei. "La violinista" insistette lei, col suo implacabile tono di ghigliottina. "Ah, Silvia. Sì, un paio di volte. Sai, per qualche mese lavorerà vicino al mio ufficio, te l'avevo detto". Sapevo che si sarebbe inalberata, speravo lo facesse. Per distoglierla dal mio imbarazzo e da questioni più "serie". Mi vergognai come un ladro del sollievo che provai nel sentirle dire "E che aspettavi per farmelo sapere?", già tremante di rabbia. Me la cavai con una bruttissima serata e una giornata intera, la seguente, a brutto muso.
Il giovedì successivo incontrai di nuovo Silvia, nel suo monolocale. Quando mi vide arrivare senza spartiti capì che qualcosa non andava, o forse dovette essere la mia faccia. "Gabriella" mi fa. Io annuisco, e aggiungo che dobbiamo finirla lì. Lei fa una smorfia, "Ma possibile che dobbiamo vederci in segreto come se fossimo amanti?" e io - ebbene sì - ci rimango male. Non mi aspettavo che me lo escludesse così, a priori. Cioè, sapevo benissimo che non lo eravamo, però... Pensare che potenzialmente avremmo potuto esserlo... Lei alza un sopracciglio come se mi leggesse dentro, come quando anticipa i miei cambi di ritmo. Agita l'archetto come se fosse uno stocco, me lo punta sul petto: "Ascolta, non voglio crearti problemi con lei. Però siamo tutti e tre adulti. Dille che da giovedì prossimo ci vedremo per suonare, e se vuole venire a sentirci. Se necessario invito pure una mia amica... amico, d'accordo" si corregge roteando gli occhi al mio sguardo terrorizzato. Io comincio a grattarmi la testa, alla ricerca di un modo gentile di dirle che non basterebbe, che non c'è altra soluzione che smetterla qui. "Non stiamo facendo nulla di male" insiste, e ancora una volta sento un moto di delusione salirmi dalle viscere. Come se fossi stato ingannato, se tutte le mie mezze sensazioni di tradimento fossero un viaggio privato e non condiviso, e per questo finissero relegate ad un livello di importanza minore. "Ora siediti su quello sgabello" mi indica perentoria, e io eseguo. Allungo le mani sulla tastiera.
Poi si mette a cavalcioni su di me, mi circonda con le sue braccia sottili e mi bacia. Non mi sogno nemmeno per un momento di respingerla, anzi l'abbraccio a mia volta e assecondo il suo movimento quando mi imprigiona nella gabbia delle sue gambe. Ci ho fantasticato su tante di quelle volte che non ho bisogno di ripetermi che è sbagliato, che sto facendo una cazzata, che il punto di non ritorno è lì a due passi, che per come sono fatto io non riuscirò più a guardare Gabri in faccia. So già tutto. L'euforia, l'eccitazione, la sorpresa incoronano la mia consapevole auto-condanna. E il naufragar m'è dolce... beh, lo sapete.

I gradi del tradimento / 1

[Questo mi sa che viene lungo, e lo spezzo in due]
Come sempre, suonare con lei mi sfiancava. Spiritualmente, fisicamente, intellettualmente. Lei lo sapeva e nonostante questo teneva sempre per ultimi i pezzi più trascinanti. Una sorta di delizioso sadismo, da parte sua.
Non so se quegli incontri clandestini potessero definirsi come veri e propri tradimenti... So che mi sentivo in colpa, perché li tacevo alla donna che amavo. Anche se il tutto si consumava in un'ora serrata di duetti classici, durante i quali ad avvinghiarsi e compenetrarsi erano le nostre musiche. E forse le nostre menti?
Non è facile descrivere la complicità che si crea tra un violino ed un pianoforte, quella fitta trama intrecciata in cui due strumenti e i rispettivi esecutori si scambiano il canto ed il controcanto fino all'autodistruzione, godendo ognuno nel prevaricare ed essere prevaricati dall'altro. Troppo facile il paragone con l'atto sessuale, vero?
Silvia non era una virtuosa, non lo era mai stata, probabilmente per scelta. Tutto il suo essere era teso nell'espressività delle melodie che produceva. Se incappava in frasi troppo complicate perché le potesse rendere con la sensibilità che riteneva necessaria, le semplificava. Le riassumeva. Sorridevo ogni volta che me ne accorgevo, nel corso di un'esecuzione, e tutte le volte mi meravigliavo di come le sue invenzioni risultassero straordinariamente appropriate in sostituzione di quanto imposto dallo spartito.
Perché non ne ho mai parlato a Gabri? Sembrerò meschino quando affermo che almeno all'inizio era per il suo bene. Non è mai stata in grado di impedire che la gelosia prendesse il controllo del suo umore e dei suoi pensieri. Quando mi sono imbattuto in Silvia la prima volta, tanti anni dopo i tempi della scuola di musica, dalla mia sincerità con Gabri ho guadagnato solo una violenta lite serale su argomenti futili e due giorni di silenzi reciproci. Solo per avergliela nominata, ho notato l'inasprirsi della piega delle labbra. Quando le ho raccontato del periodo in cui suonavamo insieme alla scuola, è piombata nel silenzio. Poi mi ha detto quasi con innocenza, "Chissà quante cose avrete condiviso". Ho nasato il tranello e ho chiuso il discorso con un'alzata di spalle. I trenta minuti successivi li ha trascorsi a cogliermi in fallo sistematicamente su qualunque azione o argomento che affrontassi, e il conflitto è stato inevitabile.
Affondai con violenza la scala per ottave che poneva fine al pezzo, mentre lei teneva all'infinito quel la-bemolle insidiosissimo senza un cedimento, una variazione nell'intensità, una vibrazione di troppo. Rallentai con esagerazione, di proposito, per vedere come se la cavava, lanciandole uno sguardo di sfida da sotto alle gocce di sudore che mi affollavano la fronte. Lei sorrise di rimando, formulò con le labbra un chiaro "b-a-s-t-a-r-d-o" e inaspettatamente si lanciò in un arpeggio in terzine discendenti, che andò a morire sul mio rallentando. Annuii soddisfatto e staccai le mani dalla tastiera. Non ero l'unico ad aver sudato, constatai con un certo compiacimento.

23 lug 2008

Quasi senza parole

Leggo oggi sul Giornale questa notizia a mio parere sconvolgente, che viene invece sbandierata come esempio positivo anti-eutanasia da contrapporre al caso di Eluana Englaro.
E' difficile commentare perché non voglio calpestare la sofferenza privata di una persona che ne ha passate davvero troppe e non è a mio parere responsabile di come sta conducendo la questione. Però vedere l'uso che ne fa il quotidiano mi raccapriccia.
Riassumo: A e B si conoscono, si amano, si sposano. Dopo vent'anni il rapporto si incrina, lui la tradisce con una ragazzina in un momento di crisi (dopo un aborto spontaneo), lei lo perdona ma da lì le cose precipitano e lui diventa un estraneo. Non passa molto che lui se ne va, quattro anni fa. Sette mesi fa, tenta il suicidio ed entra in coma.
Lei da quel momento gli è vicina e nonostante i medici dicano che è finita, non ha intenzione di "fare come il papà di Eluana" (ci informa spietatamente la reporter del Giornale). In pratica, da sette mesi ha ristabilito il matrimonio, sostenendo che lui (in coma) sta bene così, perché le basta uno sguardo per capirlo. Che magari è pure vero, chi può saperlo. Ma da come la vedo io, la signora è (era) distrutta dal dolore e sta ragionando per il suo bene piuttosto che per quello del marito, preferendo questo parco surrogato di presenza all'assenza totale dell'uomo che ama.
Ma ripeto che non voglio giudicare. Da mettere all'indice, invece, il grottesco utilizzo della vicenda fatto dall'autrice dell'articolo allo scopo di condannare un padre che da tre lustri si batte semplicemente per far rispettare le volontà della figlia, con tutto quello che può comportare per lui in quanto padre una scelta simile.
Vicende come questa mi convincono sempre di più dell'assoluta necessità del testamento biologico. Purtroppo sono conscio che non sia precisamente all'ordine del giorno per questo Governo.

Piccino di mamma...!

Poverino Fassino!
Pensate che ha dovuto persino faticare a rassicurare mammà sull'immondizia indegna che gli ha riversato addosso il "gola profonda" di Telecom. Il PD tutto si è indignato e ha avuto parole di fuoco: "mascalzonata", "follia", "provocazione", "vergogna", "disgusto". Solita reazione compostissima di coloro che ho votato (!). Invece di avere il buonsenso non dico di starci zitti, ma almeno di metabolizzare serenamente (e pacatamente, massì) dicendoci fiduciosi nel lavoro della magistratura - come siamo stati fino all'altroieri, dico bene? - che facciamo? Esprimiamo disgusto. Per questi giornalisti che sbattono tutto in prima pagina. E non sono mica intercettazioni queste, attenzione... sono i futuri atti di un processo (se è vero che le stesse dichiarazioni sono già state rilasciate ai magistrati). E così facendo produciamo un assist mostruoso per i cari amici del PdL che esprimono solidarietà: eh sì, vi comprendiamo bene, dicono scuotendo il capo e riempiendoci di pacche sulla schiena, ci siamo già passati noi. Ve lo dicevamo che era un casino con 'sti magistrati e 'sti giornalisti. Dai dai, che adesso li sistemiamo a dovere con un bel provvedimento bipartisan.
Bravi, proprio bravi.
Perché finché si tratta di cavalcare le vicende giudiziare altrui va tutto bene, mentre quando si tocca l'orticello di casa è lo sdegno a farla da padrone. Come suonano inconcepibili accuse simili verso chi fino all'altroieri andava a braccetto con i Mastella del caso!
Mi dà fastidio. Mi disturba. Almeno Silvio ci ha detto chiaro e tondo che questi lo braccano e lui se ne vuole tirar fuori, ed ecco il Lodo Alfano (causa ==> effetto). Invece i nostri no, i nostri sono untouchables per definizione, e birba chi la pensa altrimenti. Non bisogna nemmeno pensarci a queste cosacce. Poi uno si sorprende di leggere i commenti che fanno i sostenitori dell'altra parte, che ironizzano sulla proverbiale statura morale e culturale sempiternamente decantata dalla Sinistra. E' tristemente vero.
Chiarisco un punto. Se vogliamo parlare della legittimità del fatto che un indagato rilasci interviste ad un quotidiano nello stesso tempo in cui fa le sue deposizioni ai PM, non nascondo le mie perplessità: ma è così da sempre, e indignarsi solo ora sa di stantìa rosicata.

21 lug 2008

Cielo, il mio quasi-marito

Che gli dico? Che gli dico?
Paolo, sotto il letto! No... meglio sul balcone. E il letto sfatto? e io che non dovrei nemmeno essere qui? e i due calici di champagne sul tavolino? Cribbio, sembra la fiera dei clichè. Sono riuscita a riempire casa di tutti gli stereotipi di prova-schiacciante-di-adulterio che esistano.
Ma poi, lui, tornare così all'improvviso...! Due settimane a Londra sono due settimane a Londra, non è leale tornarsene così dopo metà del tempo. Cazzo. L'ascensore è rotto, cinque piani di scale da fare, almeno dieci minuti con la pancia che si ritrova. Vèstiti, santoddio, ancora così stai? Vèstiti e vai giù per le scale, e cerca di sembrare normale... Dio, sei tutto sudato! Pure il rossetto sulla camicia hai - un altro clichè! No, lèvatela, solo la maglietta. Oddio, e se lo incrociassi troppo tardi? Se ti vedesse scendere da questo pianerottolo? No, no. La finestra. Me ne frego che hai le vertigini. Oddio, finalmente l'avevo convinto a sposarmi... Cinque anni ci ho messo! E adesso che sono così vicina... E meno male, meno male che ho ripreso a fumare e l'ho visto dalla finestra. Speriamo che non abbia alzato la testa, dio, pure il baby-doll rosso mi sono messa. Ancora qui sei? Mi vuoi morta? Te ne devi andare. No, ma quale persona ragionevole, tu non lo conosci Roberto, già lo so come andrebbe! Ci guarderebbe un minuto in silenzio, lasciandoci lì a berciare patetici tentativi di giustificazione, poi girerebbe sui tacchi e se ne andrebbe. Manderebbe Andrea a recuperare le sue cose, e non lo vedrei più. Lui queste cose non le concepisce. Non perdona. Io, d'altronde, sto sempre sola... Mettiti quelle fottute scarpe! te le devo allacciare io? Che cosa? Io con te? Ha-ha, sei simpatico. Si era detto solo sesso, no? E poi dovrebbero essere le donne quelle che si affezionano dopo due scopate. Dio, che faccia fai? Oh no no, non ti ci mettere pure tu adesso sai? Gli innamoramenti lasciali a tua figlia che ha diciott'anni e se lo può permettere. Tu sei grande, sposato e con famiglia e ti puoi concedere solo qualche trombatina con le colleghe d'ufficio. Sì, e con me, va bene. Oddio, mancheranno cinque minuti, non di più... dove ti metto? Dove ti metto?
L'armadio. Apri l'armadio ed entraci. Che significa, non c'è posto? No, quelle sono le scatole del cambio di stagione di Roberto, non ci provare nemmeno a spostarle. Dopo tutta la fatica che ho fatto per fargliele mettere via! Oddio, hai sentito? Quel rumore sulle scale, è lui... è già qui! No, no, era la porta dell'interno dodici. Ah! nascondi quella roba di gomma, presto. Sì, nel mio cassetto, insieme alle manette. Paolo, ti devi togliere di mezzo. Subito. Non posso rischiare che vada tutto a rotoli per colpa tua. L'anno prossimo ci sposiamo. E' il sogno della mia vita... Insomma, smettila con queste storie! Va bene, va bene, ho capito. Ci penso io. Vado un momento in cucina, tu aspetta qui. Anzi, tira giù quella valigia grande dall'armadio. Sì, quella rossa. Torno subito.

Bravo, adesso aprila. Devi sganciare tutte e quattro le fibbie. E ora entraci dentro. Non mi guardare come se fossi matta, entraci e basta! Anzi ti aiuto io, guarda... No no no, non andrai da nessuna parte. Vieni qua...

Da bravo. Dentro. Quello non entra? E lo tagliamo. Questo pure. Tagliamo anche qui. Zac. Aveva ragione Roberto a dire che la mannaia in casa serve sempre. Vediamo se si chiude... Uff. Bene così. Oddio, che casino! Sembra il bancone del macellaio. Povera me, adesso mi ritrovo pure una valigia con dentro l'amante fatto a pezzi. L'ennesimo cliché... Cielo, ecco Roberto! Ho due minuti per far sparire tutto.

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E dopo qualche settimana di tranquillità in cui quasi quasi veniva di rivolgersi a lui per trovare un minimo di buonsenso in questo governo, il Senatùr torna in sé e ci illustra le sue opinioni sull'inno di Mameli. Non commento lo stile, che è il solito a cui siamo abituati - tanto rimarrà lì impunito e non vale manco la pena di prendersela. Una riflessione invece: guarda, sciur ùmbert, che ormai Roma Ladrona siete voi. State nei palazzi del potere (a Roma). Avete la vostra grossa fetta di Parlamento (a Roma). Il Capo del Consiglio l'è meneghin. L'unico partito a base meridionale si è suicidato nel PdL per la sopravvivenza dei singoli. Come dovrebbe da rubba' Roma, se a Roma a comandare ci state voi?
Lasciamo perdere i piccoli problemi interpretativi sull'immortale testo mamelico (non è l'Italia schiava di Roma, ma la Vittoria). Non mi aspetto che lo capisca. La cosa preoccupante è che questi stanno tornando alla carica sul fronte della scuola. Al Nord insegnanti del Nord. E poi basta Pirandello o Sciascia - due fresconi qualsiasi, due scrittori "regionali" - adesso si legge Cattaneo. Che, voglio dire, massimo rispetto, ma non è un romanziere. Fu pensatore, politico, saggista e quello che vuoi, ma spiegatemi come potrebbe essere posto in alternativa a Pirandello. Perché non studiare Mazzini allora? Che pure lui era del Nord ma non era proprio proprio federalista... Quello meglio lasciarlo in biblioteca, eh, onorevole Bossi e onorevole Goisis? hai visto mai che rimpinzasse le delicate teste dei bimbi longobardi con quelle storie sull'Unità d'Italia...

19 lug 2008

Gli eredi

Mi aveva detto che ero stato scelto per un motivo ben preciso. Era vero. Mi aveva detto che il mio patrimonio genetico era importante, per loro. Era vero. Mi aveva detto che il mio quoziente intellettivo, il mio genio, la mia immaginazione, erano i motivi per cui ero stato selezionato tra sei miliardi di esseri umani.

Non era vero.

Ria, se così davvero si chiamava, era decisamente troppo bella - o meglio, troppo interessata a me per essere così bella. Più o meno tutto quello che abbia mai fantasticato sulla donna perfetta, lei lo incarnava. L'avevo incontrata in un ascensore, il giorno dopo essere stato ricondotto a casa, tra gli uomini, da loro. Fu quasi subito molto chiara con me: "Dobbiamo fare sesso". Seria. Io avevo sentito, come prima reazione, una sorta di brivido alla bocca dello stomaco. Poi, collegata la parte razionale, avevo scelto una risposta interlocutoria e le avevo riso in faccia. Lei allora aveva bloccato l'ascensore e poi mi aveva baciato, attirando la mia testa verso la propria senza troppi complimenti. La sua lingua era dolce e metodica, quasi seguisse un preciso piano di esplorazione. La mia, troppo sbalordita per fare qualsiasi cosa che non fosse assecondare l'intrusa. Dopo due minuti di apnea, si staccò con un lieve rumore di risucchio. "P-piacere", balbettai per cercare di riguadagnare un minimo di contegno. Lei sorrise, e senza smettere mi chiese "Ho la tua attenzione?".

Intorno a me è pieno di uova. Vasche, piene di liquido incolore e uova che sembrano di metallo. A perdita d'occhio. Fuori dalle vetrate scure, la luce della luna e il sottobosco cittadino. Ed io, solo con l'eco dei miei tacchi sul pavimento levigato. Fa caldo.

Ce l'aveva eccome, la mia attenzione. E anche la comproprietà di un paio di apparati fondamentali del mio corpo, per quanto ne sapevo in quel momento. L'ascensore si rimise in funzione e io mi riscossi da quegli occhi verdi e quei seni d'avorio. Chi era? Cosa voleva da me? Presi a sudare, ma non era per l'eccitazione. Volevo uscire di lì, al più presto. Lei lo capì, non so come, sospirò e tacque. Quando le porte dell'elevatore si aprirono, ne uscii solo e senza voltarmi indietro.
La incontrai di nuovo quattro volte. La prima, mi offrì una cena a base di pesce e mi tranquillizzò. La seconda, durante un aperitivo mi spiegò chi era e cosa voleva da me. La terza, dopo uno spuntino a base di gamberetti facemmo sesso tutta la notte e quasi toccai il paradiso.
La quarta, questa mattina, è stata sufficiente per sprofondarmi nella disperazione, nell'odio e nel dilemma. "Parto", ha detto. Le ho chiesto se sarebbe tornata, mi ha risposto di sì, "ma non in questa forma. Direi anzi che è l'ultima volta che ci incontriamo". Mi ha rassicurato sulla mia sorte, perché le avanguardie avrebbero avuto un occhio di riguardo - per la creatura che così graziosamente aveva offerto decilitri del proprio seme alla causa dell'invasione. Ero sempre stato nervoso al riguardo. Obnubilato dal desiderio, certo, indotto o naturale che fosse, ma in un angolino del mio cervello questo dettaglio dell'esercito di "invasione silenziosa" foraggiato dai miei geni non mi era mai andato giù fino in fondo. "Ma dimmi la verità" ho insistito. "Perché proprio io? E' davvero perché sono così brillante, geniale e intelligente?". Dopo qualche attimo di silenzio, ha detto - con superficialità, come se contasse poco o niente - che non aveva senso indugiare in quella piccola pietosa bugia. Che i miei geni erano sì particolari, ma solo per questioni di specifica compatibilità col DNA alieno. Un caso su sei miliardi, pensa un po'.
E ora, di fronte a queste vasche piene dei miei futuri eredi, immersi in una soluzione di crescita rapida, lotto con me stesso. Da una parte, non fare nulla: lasciare che crescano, vivano e si diffondano in mezzo a noi, e accontentarsi della consolazione che la nuova generazione di dominatori del pianeta discenderà da me. L'unico vero atto di creazione duraturo che abbia mai fatto, l'unico lascito altruistico della mia vita. E la dannazione della mia specie.
Dall'altra parte, distruggere tutto: dare fuoco alle vasche, alle sale, all'edificio. Fare a pezzi i miei figli, e diventare l'eroe dell'umanità ignara. Soddisfacendo il mio orgoglio ferito, in verità: la mia rabbia nell'aver scoperto la vera ragione della loro scelta. Niente di speciale in lei, signore, solo qualche incastro al posto giusto, è così?
Ho cinque minuti per decidere. Prima che torni il custode grasso che non è un custode grasso perché non è nemmeno un uomo.

17 lug 2008

L'abbraccio

[Breve introduzione per inaugurare la nuova categoria. Dato che il mio maggior pregio, e insieme il maggiore difetto come pseudo-scrittore, è quello di fotografare una situazione o un'atmosfera senza sapere da dove viene né dove andrà a finire, ho deciso di scrivere una serie di "pezzettini" senza capo né coda, senza scopo se non il diletto. Sperando che piacciano a qualcun altro oltre che a me...]

Aprì la bocca, e il suo fiato sapeva di topi morti. Sorrideva come potrebbe sbadigliare un ippopotamo. Aveva le mani deformate dall'artrite, eppure insisteva nel volermi toccare. Il fazzoletto che mi aveva dato Eva, intriso del suo sudore, al confronto profumava di rose - difatti me lo strinsi sul naso simulando uno starnuto che non voleva uscire. Ponga mi abbracciò, e desiderai di essere morto: la pietà che fino a poco prima avevo provato scomparve come neve al sole, e mi ricordai dello stiletto infilato nella cintura. Purtroppo la massa putrida che mi stringeva a sé inglobava la mia cintura nelle pieghe mefitiche della sua pancia, e in ogni caso dubitavo che sei centimetri di acciaio avrebbero mai trovato la strada per un organo vitale, lì dentro.

Repressi un conato di vomito con un sovrumano sforzo di volontà, e cominciai a pensare al modo più efficace per sottrarmi allo sconcio. Ponga sembrava avere ben più di due braccia, e i miei vaghi propositi omicidi divennero intenzioni ben precise quando lei rantolò, con la sua voce stridente. Mi resi conto con orrore che probabilmente era il momento più vicino all'intimità sessuale che avesse mai avuto - almeno con un'altra persona.

Piegai la bocca in una smorfia di disgusto, sentendomi alla stregua di un umano violentato da un alieno deforme in qualche B-movie di fantascienza. Le mie carni, violate dal solo contatto delle mucose extraterrestri; il mio DNA, di certo irrimediabilmente compromesso; il mio apparato riproduttivo, sfruttato per chissà quali biechi progetti di invasione.
Dovevo fare qualcosa: subito!
Mi divincolai con gesto sovrumano dall'orrido abbraccio, lasciandola in bilico con i tentacoli ancora protesi, anelanti. Poco più in là, vidi l'aratro di mio padre, appena lucidato, splendente sotto gli ultimi raggi del sole in declino. Ponga nel frattempo aveva cominciato a tremare tutta, come se da un momento all'altro avesse dovuto sciogliersi come gelatina. Balbettava frasi sconnesse, aprendo e chiudendo scoordinatamente l'opercolo impazzito della sua bocca: ora sembrava un'enorme, grassa pianta carnivora.
Raggiunsi l'aratro e senza ragionare oltre lo afferrai per i manici, lo girai verso l'obiettivo e cominciai a spingere di corsa, come Ulisse che fingeva di aver perso la ragione per non dover andare alla guerra: solo che io, forse, l'avevo persa per davvero la ragione.
Magari cercò di abbracciare anche il vomere. Fatto sta che l'impatto fu tremendo, il suono di membra lacerate mi ferì le orecchie al pari dell'urlo gutturale che le scaturì dall'opercolo. Mentre terminavo la mia folle corsa, a poco a poco rinsavii: cosa avevo fatto? Cosa avrebbe detto Eva, del folle scempio che avevo fatto di sua sorella?
Mi voltai verso Ponga, timoroso di contemplare il mio luttuoso operato. Mi trovai a scrutare con gli occhi sgranati uno spaventoso ammasso gorgogliante di carni flaccide e sangue, che tremolando si squagliava in cerchi concentrici di grasso acido. Mi venne in mente una scena terribile del film "La Cosa", che non mi aveva fatto dormire per settimane.
Dall'interno del frullato lipidico emerse qualcosa. Qualcosa che non mi avrebbe fatto dormire per anni.

17 luglio, report

Sopra le righe. Mi sorprende positivamente l'articolo di Filippo Facci sul Giornale di oggi. Giornalista controverso, antidipietrista e antigrillista convinto, e insieme ipercritico "dall'interno" dello schieramento di centro-destra. L'argomento è il vuoto legislativo sul tema del testamento biologico (e annessi) ed il colpevole immobilismo di derivazione cattolica della classe politica. La cosa curiosa è che, manco Facci mette giù il pennino, subito un impareggiabile Mario Giordano (papà di Lucignolo, cribbio) interviene a commentare che quella che il buon Filippo sta "disprezzando" è la linea editoriale sull'argomento del Giornale stesso. Ma che per grande liberalità lui ha concesso la pubblicazione senza tagli. Amen...
Evviva la pluralità di informazione. Sempre il Giornale mi dà ogni giorno grandi soddisfazioni: se da una parte la Redazione titola (e argomenta) che ora il PD abruzzese si ritrova assediato tra truffe, corruzione e appalti truccati, dall'altra Gian Marco Chiocci ammonisce che l'inchiesta sul caso del Turco è piena di buchi neri e le argomentazioni sono irrilevanti. Eccerto: va bene che si sia dimostrato che il PD è una banda di ladri, ma una bottarella alla Magistratura tocca darla comunque. Più che liberalità, schizofrenia?
Napoli profuma. E' il caso di dire, anche stavolta, meno male che Silvio c'è. Risolta l'emergenza rifiuti, avanti con la fame nel mondo. Ora, lasciamo perdere che ovviamente si tratta di una "soluzione" congiunturale e tutt'altro che strutturale, i cui effetti visibili sono che non si vedono più i mucchi di spazzatura nelle principali strade del capoluogo partenopeo. Quello che mi dà rabbia è che i "semplici" passi messi in atto dall'attuale Governo (spazzare le strade? riaprire le discariche?) sono semplici per davvero, e per quanto ben lungi dal risolvere un problema così complesso e tentacolare, hanno riscosso una certa approvazione. (Mi farebbe piacere poi che qualche lettore napoletano confermasse/smentisse). Ci voleva tanto, Romano? Avessi fatto 'na cazzata a mettere il sempreverde De Gennaro a gestire l'emergenza? Magari in campagna elettorale un "successino" del genere, con la giusta pubblicità, avrebbe dato i suoi frutti. Ma noi no, dicevano i Nomadi...
Giulietto alle Grandi Manovre. Oh, a me vista così la Finanziaria non dispiace. Poi magari diventerà tutta un'altra cosa, ma per ora almeno a parole Tremonti (al quale poverino non riesco a pensare se non nella Guzzanti-versione, pardon) si è disimpegnato benino. Certo, c'è una serie di provvedimenti che discutibili è dire poco, dalla Banca del Sud (e buona Camorra a tutti) al 5 per mille per le associazioni sportive (ma era proprio necessario?) al taglio allo stipendio dei sindaci che non c'è più (vuoi che i conti non se li facciano tornare proprio nel momento dell'ispezione!). Però come inizio ci potrebbe anche stare. Seguiamola con interesse.

16 lug 2008

Celentano, sei "lento"

Rinnovo quest'oggi la rubrica "Ma perché non stai zitto?" inaugurata ormai diversi mesi fa. L'occasione me la offre una lettera al Corriere di Adriano Celentano sul caso della giovane Eluana Englaro, in stato vegetativo da 16 anni, per la quale forse il papà ha ottenuto l'interruzione delle cure.
Premessa. Non sono cattolico e nemmeno credente: sono agnostico. Al contempo, sono uno di quelli che da sempre ripete alla sua compagna: qualsiasi cosa succeda, tu lasciami lì a vegetare. (Forse proprio in funzione della mia assenza di sicurezze sull'aldilà, ma questo è un altro discorso).
Allora, a questo padre che io definisco coraggioso, cosa suggerisce in sostanza il Molleggiato? Con grande tempismo e rispetto dell'altrui condizione, gli dice: "E se, contrariamente all'apparenza, Eluana fosse in uno stato di serenità? e se stesse aspettando tranquilla di entrare nell'altra vita? o chi lo sa, di tornare in questa?".
Ma facciamo un passo indietro. Questa ragazza entra in coma nel '92. Nel '99, dopo sei anni di attesa, il papà deposita la sua richiesta per l'interruzione delle cure che porterebbe alla morte definitiva del corpo. Sei anni per fare questo primo passo, sicuramente per via della burocrazia ma, tanto per provare a sfiorare appena cosa è passato per la testa di un uomo in una situazione simile, sei anni per convincersi che davvero non c'è più nulla da fare e che è arrivato il momento di rispettare la volontà, più volte in precedenza appalesata, di sua figlia.
Purtroppo la legislazione italiana in materia come spesso capita è insufficiente, quindi la richiesta viene valutata da tribunali su tribunali, uomini, pareri soggettivi, il tutto condito da lunghissimi tempi burocratici. Per la felicità di questo padre che, dopo aver preso la decisione più difficile che un uomo possa anche solo concepire, viene pure lasciato in anticamera per nove (9) anni. Ma l'argomento è scomodo, come ti muovi sbagli, e per snocciolare una sentenza ci vogliono palle e senso di responsabilità: nessuna sorpresa che la si sia tirata per le lunghe - addirittura per gli standard della legge italiana.
Dunque, il signor Englaro passa quasi un decennio a convivere con la sua decisione, a pensare e ripensare e ripensare ancora se si è comportato da buon padre, se non avrebbe potuto aspettare un altro po', se davvero ha fatto tutto ciò che poteva per sua figlia. Presumibilmente riesce anche a farsene una ragione. Ad emergere dal suo personale oceano di dolore, aggrappato ad una zattera di determinazione, magari anche "incoraggiato" dal fatto che in sedici anni nulla è cambiato.
Dopo vari tira e molla in diverse sedi, finalmente arriva la sentenza: sia fatta la sua volontà, con il "sua" minuscolo, ossia della ragazza. Insomma, si può staccare tutto. Fine della storia? Macché... come c'era da aspettarsi, l'episodio scatena feroci lotte filosofic-cultural-religiose, sempre per la gioia del signor Englaro che probabilmente cerca invano di ripetersi che è tutto finito. Tutti mettono bocca, perché il caso ha una risonanza notevole: sarebbe la prima sentenza in tal senso di un tribunale italiano. Se passa un precedente del genere, ragiona la Chiesa con le sue coorti bioetiche, sono cavoli acidi. Ovunque si parla di questa ragazza, che tutti adesso chiamano per nome arrogandosi una familiarità che non gli compete, a sostegno dell'una o dell'altra tesi. Le cose si complicano, anche i giudici che hanno emesso il verdetto si tirano indietro, sostengono che la responsabilità non debba essere la loro.
In questo clima di generosità e comprensione, arriva pure la perla di saggezza di Celentano che, non avendo di meglio da fare, dice al signor Englaro: "Ma ci hai pensato bene? Non è che stai a fa' una cazzata? Comunque sappi che ti sono vicino". Aaah grazie Adria', mi serviva proprio.

Spero che questo padre sia forte dentro quanto io probabilmente non riuscirei a essere. Che perlomeno sia davvero riuscito, in tutto questo tempo, a mettere da parte la sofferenza e a costruirsi una corazza contro le pubbliche opinioni dei vari grilli parlanti. Personalmente vorrei solo il silenzio e il buio.


15 lug 2008

Addio ar "giornalaro"

"Io nun zo' 'n giornalista, so' 'n giornalaro", soleva dire tanto tempo fa. Umiltà? Giammai, una semplice constatazione realistica e verace a modo suo.
Quando ancora diceva la sua nelle reti nazionali, in particolare su Retequattro (sapete, quella che dovrebbe stare perlomeno sul satellite da 7 anni circa). E faceva dire le poesie per bimbi a Berlusconi - questa se la ricordano in pochi, ma Berlusconi recitò "Rio Bo" di Palazzeschi proprio da Funari. Un momento di altissima TV.

Se n'è andato un personaggio unico, è innegabile. Criticissimo e criticabilissimo, caustico, volgare come pochi e al tempo stesso signorile, distruttivo e creativo al contempo. Fu addirittura direttore di un quotidiano (L'Indipendente), anche se per pochissimo. Inventò i programmi "litigiosi", le arringhe in diretta, e tante altre cose più o meno memorabili. Ebbe il merito eccezionale di ispirare la creatività di un genio, che fece della sua imitazione un capolavoro assoluto della comicità e, quasi, della filosofia.
Considero Funari un po' il simbolo del "mi spezzo ma non mi piego", merce al giorno d'oggi così rara. Il suo esilio dalle TV nazionali fece meno rumore di quelli illustri di Santoro, Biagi e Luttazzi, sebbene perpetrato dalla medesima illustrissima testolina, perché il personaggio non era un mostro sacro: era, per l'appunto, un giornalaro. Era trash. Bastò molto meno di un editto bulgaro per buttarlo fuori.
Ma lui continuò, dalla porta di servizio, con i suoi improperi e le sue invettive... E mi piace pensare che ancora adesso qualche grosso personaggio si sveglierà tutto sudato durante la notte, con una voce gracchiante nelle orecchie e la sensazione di avere qualcosa di fastidioso "in der posto".

Raccomandanet

Stamattina leggevo con scarso stupore che il 58% degli italiani cercherebbe la raccomandazione senza problemi. Molto più grave, il 56% invece non si farebbe scrupoli a raccomandare amici e parenti, anche se palesemente incapaci.
E' una situazione degenerata da decenni se non secoli di habitus sociale. Più o meno tutti, di fronte all'opportunità, non sputerebbero sopra alla famigerata "spintarella", specie se in gioco c'è un posto di lavoro. Trattasi inoltre di un sistema auto-alimentante: chi prende la mazzata una volta (posto soffiato per colpa di raccomandato) con ogni probabilità alla prossima si attrezzerà perché il fatto non si ripeta. E... non si può che combattere una raccomandazione con un'altra più forte. In Italia il fenomeno è profondamente radicato nonché parte del naturale ordine delle cose: abbiamo persino un programma televisivo ("I Raccomandati", sob) che si bea di sbrodolare in TV i pupilli dei personaggi di spettacolo, a spese della RAI (->Stato->privato cittadino).
E' un discorso estremamente difficile da affrontare, strutturato in vari livelli, dal più becero al più "professionale": in fondo al calderone, i diktat politico/statali della serie "Tizio nipote di Caio deve rientrare nei 5 posti del concorso Sempronio, cascasse il mondo". All'estremo opposto, almeno secondo la mia personale visione, c'è la "segnalazione" tra colleghi o ex-colleghi, che parimenti - secondo alcuni - potrebbe essere assimilabile alla raccomandazione.
La mia "difesa" in genere è la seguente: eh no, se mi metto a "segnalare" un ex-collega ci sto mettendo la mia faccia e la mia reputazione di mezzo, il che dovrebbe essere garanzia del fatto che se non ritenessi estremamente valida la persona in oggetto, non lo farei. Esiste persino una sorta di "rete di raccomandazioni" globale, LinkedIn, il cui scopo dichiarato è - oltre a quello di facilitare il mantenimento/riallaccio dei contatti - anche quello di segnalare i professionisti mediante il meccanismo delle, guarda un po', recommendations.
Come selezionatore occasionale del personale, io stesso preferisco chiedere in giro a persone che conosco piuttosto che affidarmi a curricula presi a caso dalla rete. Poi è comunque il colloquio a determinare l'esito della selezione, ma perlomeno posso partire da una base di "serietà" assicurata.
Però poi leggo che molti italiani elargirebbero raccomandazioni indipendentemente dall'effettivo valore della persona, per pure questioni di riconoscenza, e mi chiedo se la mia obiettività allorquando "segnalo" qualcuno (o quella di chi raccomanda me) sia sufficiente a far sì che questo meccanismo non diventi fin troppo simile alla raccomandazione becera di cui sopra. Se non sia, comunque, un sostituirsi al normale ordine delle cose - assumendo che la normalità sia l'assenza di corsie preferenziali - sbarrando la strada a un potenziale e sconosciuto meritevole per favorire un amico.
Il mondo del lavoro, cinico e disumano, dice: chissenefrega, meglio andare sul sicuro con qualunque mezzo. E quello della morale?

11 lug 2008

Che avevano fumato i giudici?

E dunque il signor rasta, in possesso di una quantità di erba decisamente superiore a quella stabilita dalla legge per il consumo personale, è stato assolto. Questo perché, sostiene lui in accordo coi giudici, la sua religione "prescrive" la marijuana come erba medicativa. Il che peraltro è vero.
Precedente mostruoso creato da 'sti geni della Cassazione: vorrei sapere per quale motivo domani io - che uso andare in giro con due chili di droghe varie - non potrò dire che la mia particolare filosofia impone di raggiungere stati catatonici e meditativi almeno una volta al di'. Magari coi funghi, col peyote. E perché non la cocaina? Sono uno Sciamano. Un Santone. Un Guru. Embe'? Che volete? Che facciamo, vogliamo discriminare la mia personale filosofia ma che dico filosofia, sistema dogmatico ma che dico sistema dogmatico, religione in favore di altre più blasonate correnti di pensiero? Se volete, guardate, chiamo pure mia madre mia sorella e mia zia, e mi voglio rovinare pure mio cognato che non è consanguineo: i miei seguaci. Tutto regolare. Potrei persino aggiungere che in quanto sciamano, io ho il dovere di distribuirla ai miei adepti.
Ma Zio santo. C'è una minchia di legge? Possibile che la nostra tanto bistrattata giustizia faccia di tutto per prendersi in giro da sola? Che poi, attenzione: non è che se rispetti la legge ti si impedisce di seguire i dettami della tua religione rastafariana. Semplicemente ti sto dicendo che non devi portartene appresso più di un tot (un ventesimo di quella trovata addosso al ragazzotto).
Che poi il merito legislativo in materia sia un coacervo di incongruenze e compromessini per non scontentare nessuno o quasi, è assodato. Tanto per dirne una, ho sempre pensato: ma se io ho il diritto di tenerne in casa un po' per uso personale, però tu non hai il diritto di vendermela, ma dove cacchio l'avrò trovata io quella che ho in casa? Caduta dal cielo tipo manna? L'ho coltivata? E in questo caso, devo stare attento a non farne crescere troppa? Eh sì perché tra le altre cose esistono due sentenze opposte della Cassazione, 2007 e 2008, che da una parte consentono la coltivazione domestica e dall'altra la proibiscono.
Questo accade quando il potere legislativo si fa le canne (per l'appunto) e lascia voragini "interpretative". Di conseguenza l'esecutivo si astiene, e quando le cose arrivano al giudiziario ognuno fa un po' come gli pare.
Continuo a rimanere dell'idea che sarebbe molto più facile se la si vendesse (almeno) in farmacia.

10 lug 2008

La fine di un'epoca

Un'epoca iniziata pressappoco 8 anni fa, quando fresco della versione single-player di Neverwinter Nights (uno dei pochissimi giochi che abbia mai comprato) mi avventurai nel mondo del GdR online per sperimentare il multi-player. Dopo vario peregrinare su server più o meno interessanti, approdai su "Guardiani". In realtà lo scelsi perché aveva poche pretese in termini di contenuto aggiuntivo, e un background veloce da leggere e semplice da comprendere. Più che un gioco diventò ben presto un palcoscenico su cui recitare, su cui scrivere trame, e intrecciarle con quelle di altri. Un coacervo di sfoghi creativi, quando non si optava semplicemente per una sana e spensierata powata in compagnia.
Anni sono passati, nel frattempo in quella comunità ho ricoperto il ruolo di semplice giocatore, moderatore prima e poi amministratore del forum, Dungeon Master, amministratore del server, infine di nuovo semplice giocatore. La mia alter-ego virtuale, Nyobe l'elfa Druida, ne ha passate tantissime assieme ai suoi amici e ai suoi nemici - o a quelli che non era ben definitamente né l'uno, né l'altro. Molti giocatori (persone e personaggi) sono passati come meteore, altri sono rimasti, con alcuni si è creato un rapporto di forte condivisione. Fatto sta che tra battaglie, intrighi, amori, duelli, animi nobili e animi corrotti, filosofie contrapposte, il viaggio è giunto al termine. Il server chiude, per motivi vari, e con esso chiude la principale attività ludica (ma ripeto, non solo) della mia vita adulta fin qui.
Che dire? Avendo una figlia piccola, chiaramente tutto il resto negli ultimi mesi si è fortemente ridimensionato, ma sapere che quel mondo lì esisteva ancora, e parteciparvi per mezzo del forum o con sporadiche apparizioni online, manteneva comunque inalterata l'atmosfera e le sensazioni che si portava appresso.

Rimane in ogni caso un indistruttibile bagaglio di ricordi, e di storie da raccontare. Esiste forse patrimonio migliore?



09 lug 2008

Nuovo Inizio

Brevemente.
Mi trasferisco qui su blogspot per sperimentare un blog provider che sia nato apposta per scrivere, e per null'altro. Non escludo di tornare sui miei passi (al
vecchio blog Decolliamo & Nuclearizziamo) né di provare ancora nuove strade, per ora dipende un po' da quanto mi soddisfa questa. Continuerò a curare l'altro e a linkare colà gli interventi che farò di qua, per la gioia dei miei 5 lettori - che non si debbano trovare disorientati.

Due parole sul nuovo titolo: Gog e Magog, riferimenti mitologici e soprattutto biblici, vengono nell'Apocalisse di Giovanni identificati come i popoli della Terra che si schiereranno con Satana prima della battaglia finale. Il sospetto con questi chiari di luna è che Satana stia già lì a reclutare bel bello da un pezzo, e Gog e Magog (re, giganti o semplicemente elettori) facciano già parte delle sue centurie. Tempi bui s'addensano, ma la speranza non è ancora spenta...